Sono io, Aurelio Ambrogio.

Potrà sembrare strano, ma dopo tanti anni stento ancora a crederci. Stento a credere all’esistenza del pavimento di coccio che sto calpestando con lentezza, stento a credere alla consistenza delle colonne – forti e strutturate – che sorreggono le pareti della navata maggiore… quelle stesse, robuste colonne a cui sono solito appoggiarmi quando mi aggiro fra queste mura sacre. Io, discendente della gens Aurelia, nato a Treviri in Gallia Transalpina, sono il vescovo di Milano. E queste pareti, queste colonne, questi capitelli sono l’ossatura e le membra della mia basilica prediletta. Il luogo racconta la mia storia, è il punto d’arrivo della mia parabola.

Mi piace posare il palmo delle mani, ormai vecchie e rugose, sulle pareti fredde ma non per questo meno accoglienti, sempre pronte a dare il benvenuto ai fedeli. I muri della basilica hanno ascoltato, ascoltano ogni giorno le omelie e i salmi, assistono alle veglie funebri e agli sposalizi…

Le sento anch’io, quelle voci. Sento le promesse e la commozione degli sposi, sento il coro delle preghiere dei battezzandi… come li capisco, i battezzandi! Anch’io ci sono passato attraverso quell’euforia! Come potrei dimenticarmi il giorno in cui, per la prima volta, venni asperso con l’acqua benedetta? Era il 30 novembre del 374. Se ci ripenso, mi emoziono ancora. E mi pare di sentire il freddo pungente, la purezza del liquido trasparente che scorre sulla mia pelle… Ho sempre creduto che l’acqua, fra gli elementi creati da Dio, fosse il più incredibile. Incolore, inodore, insapore, eppure portatore di vita! Anche qui a Milano ho continuato ad amarla, cercando gli specchi d’acqua nella città. D’altronde io ci sono nato, sulle sponde di un corso d’acqua.

Ah, le dolci rive della Mosella! È lì che si adagia la mia città natale, Treviri. Non ci sono rimasto molto, però. Ero ancora piccolo quando io, mia madre e i miei fratelli rientrammo a Roma dalla Gallia. Dovevo seguire le orme di mio padre, come si conveniva al figlio di una stirpe d’alto lignaggio, ed ero destinato a diventare anch’io un alto funzionario dell’impero. Eppure in me si agitava qualcosa di diverso… Oggi vedo con chiarezza la distanza fra quel che pensavo di diventare e quello che sono diventato. Ma allora lo ignoravo. Solo Dio sapeva a quale destino ero avviato.

Mai avrei pensato che sarei stato io a posare la prima pietra di questa chiesa, e nemmeno che sotto questo pavimento scuro avrei sepolto con le mie stesse mani le reliquie dei santi Gervaso e Protaso. Ancora oggi, d’istinto, alleggerisco i miei passi al pensiero che sotto i miei piedi riposino dei santi… Cammino lentamente, pur sapendo che sono protetti da una spessa coltre di marmo. La stessa in cui un giorno giacerò anch’io. È giusto, dopotutto, che il sacerdote riposi là dov’era solito celebrare. Se qui fra queste pareti, dietro questo altare, risiede il cuore della cristianità milanese, qui risiede anche il cuore del suo vescovo… Milano abita qui.

La Milano, capitale della provincia romana Aemilia et Liguria, in cui arrivai in veste di governatore, è descritta dal nostro illustre Ausonio, cui mi sento di rubare le magnifiche parole: “Ricchezze abbondanti, case innumerevoli e sontuose, popolazione feconda e intelligente, piacevoli costumi”. Ero un giovane abituato alla confusione dei palazzi imperiali, alla pompa magna della capitale… Milano non era nulla di tutto ciò, e per fortuna! Mi ritrovai in una città operosa, già sostanziata e sorretta da una coesa comunità cristiana. È la stessa comunità che ora, ogni giorno, mi trovo davanti quando celebro la messa. Se chiudo gli occhi, qui, su due piedi, posso addirittura vedere chiaramente i volti dei miei fedeli: li riconosco uno a uno, i miei fedeli concittadini. In principio ero un giovane ancora inesperto, acerbo, all’inizio della carriera politica… Ma ero già pronto a dare tutto per la città e i suoi abitanti. Pronto perfino a diventare vescovo.

Fui eletto per acclamazione. Potrei dire quasi per sollevazione popolare. Alla morte del vescovo Aussenzio la città era terribilmente divisa: io ero il governatore dei milanesi, e toccava a me il difficile compito di pacificare gli animi infiammati. Gli strumenti della retorica, ahimé, non funzionavano. Anni e anni di studio e di eloquenza forense gettati al vento… Temevo di aver perso la mia sfida. Ora, mentre mi inginocchio a fatica davanti a questo altare, so che mi attendeva un compito ben più grande.

Al culmine del caos di quel giorno, dal profondo della basilica gremita si udì un grido. “Ambrogio vescovo!” Era la voce di un bambino. Avrà avuto sì e no otto anni. La mamma, premurosa, per prima cosa cercò di zittirlo. E ci riuscì. Peccato però che non poté zittire tutti gli altri. In un istante si levò un coro che invocava il mio nome. “Ambrogio vescovo! Ambrogio vescovo!” Suonava così impetuoso, eppure così strano alle mie orecchie. Cercai di ritrarmi, ero frastornato, addirittura furioso! Oh quanto resistetti per non essere ordinato vescovo. Mi abbassai a compiere azioni scellerate, lontane dal mio comportamento abituale, pur di dissuadere un’intera cittadinanza. Ordinai la tortura di diversi imputati, mi compromisi con alcune prostitute… Ma nulla, nulla valse a distogliere i milanesi dal loro proposito di avermi come guida. Io, un uomo politico, laico e non ancora battezzato, invitato a sedersi sul seggio episcopale? Una follia.

Fu la perseveranza dei milanesi a conquistarmi e vincere la mia reticenza. Il 7 dicembre, davanti a una folla gioiosa, fui ordinato vescovo. Mi piacque subito quel numero: sette come i saggi dell’antica Grecia, sette come le “settanta volte sette” che Gesù raccomandò a San Pietro. Sette è un numero primo, si divide solo per uno e per se stesso. Un numero inattaccabile, incrollabile. Qualcosa mi diceva che era di buon auspicio, e avevo ragione! Dopo tanti anni sono ancora qui. Da allora mi piace celebrare la ricorrenza ogni anno, insieme ai fedeli e ai concittadini: fu quello il momento in cui oltrepassai la soglia del non ritorno, in cui venni rubato ai tribunali e agli uffici pubblici per sedermi ai piedi della croce.

Questa basilica sarà per sempre il fulcro della cristianità milanese. Passeranno gli imperatori, i re, i vescovi, gli eserciti, le epoche, le correnti artistiche. Ma lei resterà sempre al suo posto, solerte e caritatevole, a custodia della città, della fede e dello spirito. Non sono nato milanese ma è stato grazie agli abitanti di Milano se, quel 7 dicembre di qualche anno fa, lo sono diventato in tutto e per tutto. Sono fiero e felice di aver dedicato ai milanesi il mio impegno, la mia vita e questa splendida basilica. Chissà che un giorno non siano loro a dedicarla a me.


Una storia di Chiara Santilli
Illustrazione di Alberto Basili
Voce di Alessandro Capra