Sono io, Giuseppe Verdi

Che strano, mi devo essere appisolato. Se mi vedessero i miei cari ammiratori… il grande Maestro Giuseppe Verdi addormentato sul letto in un freddo pomeriggio di gennaio, sotto una coperta a scacchi, come un vecchio malandato! Che poi è quello che sono, a ottantasette anni chi mi definirebbe altrimenti?

Eppure, ora che ci penso, non è un rumore che mi ha svegliato. È stato il silenzio. Mi ci sono abituato, in tutti questi anni, al suono quasi incessante delle carrozze che passano sotto le mie finestre, allo scalpiccio degli zoccoli dei cavalli, alle conversazioni a voce alta dei passanti. Mi hanno fatto compagnia tante volte quei rumori, scandendo inconsapevolmente le mie giornate. Sono stati la colonna sonora naturale di una vita dedicata alla musica. E chissà che non sia stato quell’incedere costante, quel suono crescente che da Porta Nuova  alla Scala e viceversa percorreva l’intera Via Manzoni  senza sosta, a ispirarmi l’Otello, o il Falstaff.

Quante volte mi sono affacciato da queste mie finestre del Grand Hotel et De Milan, dopo quasi trent’anni che vi passo gli inverni  non le conto più. Quando gli occhi si facevano più stanchi sulle pagine bianche dello spartito musicale, quando le note diventavano un amalgama informe e brulicante su quei righi e parevano viver di vita propria, sfuggendo al mio controllo, allora mi alzavo dalla poltrona per dirigermi verso il balcone affacciato sulla via. Il nitrito di un cavallo era il richiamo alla vita reale, e avveniva sempre così, come per magia, che dalla fantasia delle mie opere fossi richiamato alla realtà da qualche suono proveniente dalla strada.

Ma ora è solo silenzio. Un silenzio irreale, direi. È questo che mi ha svegliato. Perché il sonno è così: un luogo dove riconosci i suoni familiari, e se qualcosa di anomalo si intromette allora ti meravigli a tal punto da ridestarti. Anche il silenzio ha un rumore, ed è lui che mi ha svegliato.

Devo capire per quale strana magia oggi si son fermati tutti. Sarò vecchio ma il senso della vita ancora ce l’ho e non mi pare sia domenica, ma anche lo fosse, possibile che nessuno decida di passare per una delle vie più belle di Milano, non voglia posare gli occhi sulla meraviglia architettonica della Scala, non decida di oltrepassare la Galleria per farsi togliere il fiato dall’ampiezza di Piazza del Duomo?

Ah, che fatica sollevare le mie stanche membra da questo giaciglio accogliente, ma la curiosità è un motore potente. Eppure … che vedo? Di gente ce n’è, eccome! Ma che fanno? Cos’è quella quantità di fieno che stanno  portando? E quanto ne hanno già sparso  sulla via… Le carrozze vi passano sopra e non fanno alcun rumore. I cavalli sembrano correre sulle nuvole … possibile che sia per me? Per il Maestro, dice qualcuno…  Allora sì, è proprio per me. Vogliono farmi  riposare in pace, dicono loro. Morire in silenzio, penso io. È vero, l’ho scritto nel mio testamento. Da quando ho avvertito che la vita mi sta lentamente abbandonando, ho pensato bene di mettere nero su bianco le mie volontà estreme. Ho chiesto espressamente un funerale sobrio, silenzioso, perché io, proprio io che ho fatto della musica la mia vita, penso che la morte vada accolta in silenzio. E i milanesi mi assecondano. Rispettano le mie volontà ancor prima della mia dipartita.

Mi hanno sempre amato, i milanesi, benché io non sia un loro concittadino, sono parmense io, di Roncole. Ma Milano è la mia seconda patria, questo albergo la mia seconda casa, ci vengo ogni inverno dal 1872. E la Scala, la Scala è il mio secondo cuore. Non potrò mai dimenticare l’accoglienza che mi riservarono i generosi milanesi la sera del  5 febbraio 1887 per la prima dell’Otello. Attendevano quell’opera da troppo tempo ed erano ansiosi di ascoltarla. Fu un successo grandioso, come non mai. Il loggione della Scala sembrava dovesse venir giù  dal peso degli applausi. Francesco Tamagno, tenore grandissimo, aveva dato il meglio di sé. La sua voce potente e modulata era riuscita a infondere negli animi tutto l’amore e il dolore che vive Otello. Il pubblico soffriva con lui, odiava Jago e piangeva Desdemona.

Ma la sorpresa più grande la ebbi quando il sipario calò e tutto fu spento. Si fece silenzio. Dopo i tanti bis, dopo gli applausi, le mie uscite, gli inchini, i fiori gettati ai cantanti, la serata tanto attesa chiudeva finalmente i battenti sul più grande successo della stagione.

Convinto di tornarmene tranquillamente in albergo, uscii dalla porta laterale, quella degli artisti, sapevo che la mia carrozza mi attendeva lì. C’era, in effetti, ma del tutto diversa dal solito. Nessun cavallo la reggeva scalpitante, pronto ad accompagnarmi nel breve tragitto fino all’albergo. Qualcuno li aveva staccati, i cavalli. Rubati, pensai con sorpresa. Non era così. La folla immensa che assiepava il teatro non era sciamata lentamente verso casa, ma sostava nella piazza antistante la Scala. Alla vista mia e di Tamagno le acclamazioni ripresero tanto forte quanto durante la rappresentazione, se non di più. Gli uomini più giovani e vigorosi avevano imbracciato i tiranti della carrozza e qualcuno ci fece ala per farci passare, il Maestro Verdi e il Tenore Tamagno. Salimmo sulla carrozza che lentamente fu mossa a mano, a spalla, a gambe, come posso dire, trainata da uomini e non da animali!

I milanesi ci portavano in trionfo: come due imperatori romani, come due divinità oserei dire. Io che son schivo di natura, che son di origini contadine, non avvezzo a certe manifestazioni, ero quasi in imbarazzo ma sentivo salire da quelle braccia che ci reggevano, da quelle schiene che ci spingevano, da quelle gambe che ci portavano avanti, tutto l’affetto del popolo milanese.

Per fortuna arrivammo a destinazione in poco tempo, vista la brevità del tragitto: non mi piaceva che quelle persone faticassero per me. Ma poi non se ne andarono. Con Tamagno salimmo nel mio appartamento, questo stesso dove mi trovo ora, il mio lo definirei. Gli applausi non cessavano, le richieste di bis non si placavano, tanto che dopo breve indugio aprimmo le finestre nonostante la temperatura rigida di febbraio, e uscimmo io e Tamagno sul balcone. Il boato fu impressionante. I milanesi ci tributavano un omaggio degno di reali e compresi subito che non sarebbero andati via a mani vuote.

Francesco Tamagno,  generoso e cordiale, nonostante la stanchezza e la sera rigida e umida, non si fece pregare: intonò un’aria via l’altra del mio Otello, dal "Esultate" al "Niun mi tema", felice di quel supplemento di onori e di applausi e convinto che l’opera, io medesimo e anch’egli ne avremmo tratto grande giovamento.

Fu così in effetti: replicammo per ben sessantaquattro volte l’Otello, un successo assoluto. Ma nessun applauso, né precedente, né successivo, mi dette più quella strizzata di cuore che ebbi vedendo la mia carrozza trainata dai milanesi. Fu una dimostrazione di affetto che solo ora, in questo preciso istante, sto rivivendo. Quelle stesse persone, perché saranno loro, o i loro fratelli,  i loro figli, nipoti, cugini, si stanno ora preoccupando del mio riposo, frappongono fra i ciottoli della strada e gli zoccoli dei cavalli il loro amore, il loro affetto, il loro rispetto per me, per un vecchio che si appresta a recitare l’ultimo atto della sua esistenza. Mi è sereno andarmene così, accompagnato da tanto amore, e penso con emozione che forse un giorno, nei decenni a venire o anche più in là, qualcuno sostando davanti al Grand Hotel et De Milan e volgendo lo sguardo in su a queste finestre, possa ricordare con dolcezza le mie ultime ore passate in questo luogo e si soffermi per un attimo ad ascoltare il meraviglioso suono del silenzio.


Una storia di Simona Capodanno
Illustrazione di Bruna Poetini
Voce di Alessandro Capra