Sono io, Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio.

Correre. Più veloce. Fuggire. Ma dove? Mesi fa potevo rifugiarmi dallo zio Ludovico. Quando elogiava il mio talento. Quando soffriva ancora i miei eccessi.

Michelangelo Merisi da Caravaggio, questo nome risuonerà a lungo – diceva.

Continuo a correre. Sotto di me il selciato di un’anonima via di Milano, deserta. Solo una settimana fa potevo chiedere aiuto all’amico Muzio Sforza Colonna. Prima d’incontrare e sedurre la sua fidanzata, Elena. Prima di essere colto in fallo. Ormai senza fiato svolto un angolo, guardandomi le spalle. Sento i passi dei miei inseguitori, sempre uguali, ma non li vedo.

Arranco lungo una parete e maledico il gioco d’azzardo. Le mani perse. Il tentativo di rovesciare la cattiva sorte. Le carte nella manica. Se solo fossi stato più accorto! Invece eccomi qui, in una via che non conosco, i passi che si fanno più vicini, le speranze che sgomitano nell’oscurità. Non rimane che arrendermi.

Poi scorgo un portone, venti metri davanti a me, la facciata di una chiesa. È Santa Maria della Passione. Sento le voci degli inseguitori. Faccio un ultimo sforzo. E se fosse chiusa? Ma il portone cede e sono dentro. I miei passi risuonano sotto la cupola, c’è un buio più fitto della notte. Rade lanterne illuminano a malapena le volte sottostanti. Lungo la navata comincio a distinguere i contorni delle cappelle laterali. Ecco L’ultima cena del Ferrari, di cui conosco quel gran bevitore del figlio. Ecco L’Assunzione della Vergine del Peterzano, di cui fui apprendista…

Per poco non inciampo in una donna prostrata al suolo, che dico donna, un cumulo di stracci odorosi da cui sbucano inestricabili ciocche di capelli, mani sconvolte dai calli e piedi color della pece, avulsa dal mondo. Prega l’affresco della Madonna che sostiene il corpo del figlio in un’eterna sofferenza. Ai suoi fianchi i santi Ambrogio e Agostino, in atteggiamento fin troppo compito. Inginocchiati di fronte alla tragedia quattro canonici scialbi, e la croce che troneggia su tutto. È l’opera di un anonimo fedele alla tradizione, si dice che abbia il potere di fare miracoli, avrebbe fatto guarire un moribondo…

Ma ora devo trovare un rifugio, subito. I miei inseguitori possono avermi visto. C’è un confessionale. Mi avvicino più silenzioso che posso per non farmi scoprire dalla donna. Scosto la tenda di velluto, ma è occupato da un omone dalla folta barba che emana odore d’incenso. Due occhiaie profonde si fissano su di me. Con voce stridula m’invita alla confessione. Nello stesso istante la donna si accorge della mia presenza, e io non posso far altro che inginocchiarmi.

Da dove iniziare? Da quando rifiutai di assistere mio padre appestato? Da quando bisticciai con mio fratello Giovan Battista, spezzandogli il mignolo? Da quando adolescente conobbi l’amore per mia cugina più grande, che per questo fu ripudiata la prima notte di nozze? Devo dire tutto? Anche di aver sottratto soldi a mia madre malata per fare baldoria con la banda di quartiere? Di aver ferito l’Arcimboldo con una coltellata alla schiena? Di aver approfittato della cortigiana Costanza senza pagarla? Di aver trafugato le ostie dalla Chiesa di Sant’Antonio Abate per dimostrare la mia intraprendenza? Oppure basta nominare i peccati per sommi capi, e allora mi accontenterei di dire furto, adulterio, pensieri impuri, atti violenti, bestemmia, menzogna?

Di colpo il portone si apre. Entra un bravo dalla tesa sbilenca e dagli occhi a fessura. I drappeggi dell’abito sono scomposti per la corsa. È guardingo, la mano sinistra sul fianco. Il prete, credendo che io abbia finito, mi assolve. Ma sono troppo concentrato sul figuro che avanza per ascoltarlo. L’energumeno si accorge della donna, chiede di me. Vedendola dubbiosa, mi descrive come un appestato dagli occhi spiritati. Lei lancia un’occhiata verso il confessionale, scuote la testa e sussurra che in chiesa non è entrato nessuno.

L’inquisitore non si fa ingannare, s’incammina verso il confessionale con la bocca deformata da un ghigno. La sua mano stringe qualcosa. La donna ripete a voce alta che non c’è anima viva, ma egli prosegue senza voltarsi. Io attendo. Sento i passi e spero. Invece si avvicinano. Più vicini. Sempre più vicini. Eccolo!

Sbuco fuori correndo alla cieca, infilandomi fra gli inginocchiatoi. Lui si butta all’inseguimento sguainando uno stiletto. La donna strilla. Il sacerdote si accorge del subbuglio e inizia a pregare. Scarto una colonna e quasi vado a sbattere contro un dipinto. Lui è sempre più vicino. Scatto verso l’ingresso principale, lo spiazzo, ce l’ho quasi fatta, ma la manovra è troppo brusca e frano al suolo.

È finita, lo so, non mi rimane che attendere il colpo. Se mi volto e cerco di parare il fendente non è per mia volontà, ma per istinto di sopravvivenza: non sono io, ma qualcosa che si annida in me. Lo stiletto cala, si blocca a mezz’aria, quel qualcosa è riuscito a fermare il polso omicida stringendolo fra le dita. Ora sono lì a battagliare, lui che spinge verso il basso, io che cerco di resistere. Lui è più forte. La lama si avvicina. È la fine.

Non so come, trovo la forza per scansarmi e tirarlo a terra, dove la lama batte con forza e scivola via. Afferrarla è un attimo. La brandisco con tutta la forza senza curarmi delle grida. Sono così concentrato sul punto in cui infliggerò il colpo mortale che non mi accorgo delle braccia che tentano di separarci. E quando lo stiletto s’abbassa, non incontra il nemico, ma il corpo della donna.

Solo allora il sacerdote, disperando in un intervento divino, esce allo scoperto. Questo vede: un uomo armato di uno stiletto insanguinato, a terra una donna da cui sgorga altro sangue e un altro uomo inerme. Il prete m’inveisce contro, mi maledice con l’autorità del mandato celeste, mi scomunica pur non essendo io mai stato benedetto. Invoca contro di me la schiera degli angeli tutti. Il bravo si alza e fugge. Io lascio cadere l’arma. E mentre vengo ricoperto di altre ingiurie, mi ricordo dell’affresco e del miracolo.

Non ci penso due volte: afferro la donna e la trascino, tracciando una scia di sangue. Il sacerdote, temendo chissà quale scempio, corre fuori chiedendo aiuto. Io adagio la donna sotto l’affresco della Madonna e aspetto. Basterà? Forse no, forse è necessaria una preghiera, ma preghiere non ne ricordo, solo parole sparse che formano piuttosto una bestemmia. Potrei inventare, ma le parole non sono un pennello, con le parole so chiedere e rifiutare, impartire ordini e disobbedire, insultare e rispondere alle ingiurie. Non so pregare, invocare una grazia, salvare una vita. E il sangue continua a scorrere nel mio silenzio.

Non mi rimane che seguire lo stesso destino della donna. Lo stiletto deve essere qui vicino. Ma le urla inferocite da fuori mi fanno cambiare idea. Afferro l’arma e corro verso la sagrestia, mentre le voci si fanno più vicine, valicano l’ingresso, si spandono all’interno. Devo trovare un’altra uscita. Mi faccio strada fra carabattole e mobili dimenticati. Le voci sono vicinissime. Una porta. La varco e sono fuori.

Corro nella notte. L’arma è nella cintola. Corro nella notte e sono salvo. Almeno per ora. Ma in questa città non c’è più rifugio per me. Devo fuggire. Lontano. Più lontano. Ma dove?


Una storia di Milo Busanelli
Illustrazione di Ilaria Pezone
Voce di Alessandro Capra